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Associazione veneta dei produttori biologici AVEPROBI Sede veneta di AMAB –
Associazione Mediterranea Agricoltura Biologica Sede veneta della sezione
produttori di FEDERBIO Aderente all’associazione Rete semi rurali – www.semirurali.net Sede operativa a (37050) Campagnola di Zevio (VR), via Alessandro Manzoni, 99 C/c postale n° 70847447 (cin H, abi 07601, cab 11700) info@aveprobi.org – www.aveprobi.org Redazione a (30010) Cona (Venezia), corte Civranetta – Tf. 0426509136 ― fidora@libero.it Notiziario per calendisettembre
2009 |
Un incontro internazionale in Aquitania
per valorizzare le sementi rurali e per scambiarci le abilità sulle
trasformazioni dei prodotti
Sul finire dello scorso mese di giugno, sono confluiti
nell’azienda di Cécile e di Jan-François Berthellot, nel
dipartimento di Lot e Garonna, centocinquanta agricoltori e agricoltori
panificatori di tutto il mondo, soprattutto d’Europa e del bacino mediterraneo.
Quasi tutti i convegni sono composti di pubblico che
ascolta e di esperti specialisti, che spiegano qualcosa di quello che sanno. Caratteristica
di quest’incontro è stato il fatto che tutti erano considerati degli esperti, i
quali spiegavano agli altri, ma soprattutto dimostravano concretamente in
laboratori pratici, le proprie conoscenze e capacità.
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Fig. 1 – Al centro del campo catalogo, disposto come il paradiso
terrestre, un ulivo e alcune specie indicative dell’evoluzione del frumento |
Fig. 2 – Jean-François Berthellot illustra, tra le alte spighe aristate
di vecchi frumenti, ogni varietà di cereali nel campo catalogo |
Oltre al forno a legna della famiglia Berthellot, la
cui attività principale è la coltivazione di centinaia di tipi di frumento
(soprattutto di varietà rurali dimenticate) e la trasformazione in pane, era
stato installato un forno a riscaldamento indiretto con due piattaforme
girevoli. Inoltre, Siriani, Palestinesi, Iraniani, Giordani, Algerini, avevano
costruito sul posto un forno arabo in terracotta, simile ad altro trasportato
in tre pezzi dal gruppo di Georgiani e ricostruito isolandolo con argilla trattenuta
da una specie di botte lignea.
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Fig. 3 – Riscaldamento del forno georgiano |
Fig. 4 – Cottura del pane georgiano |
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Fig. 5 – preparazione del pane iraniano |
Fig. 6 – pane spiattellato nel forno di terra cotta |
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Fig. 7 – Con le mani in pasta, Nicolas Supiot, agricoltore panettiere
in Bretagna, spiega i vantaggi nutrizionali della lievitazione naturale e
come le vecchie varietà, più ricche di proteine solubili, ma meno delle
proteine insolubili che formano il glutine, richiedano un impasto delicato a
rivoltamento, piuttosto che la continua rottura delle macchine moderne |
Fig. 8 – Il tavolo dei prodotti finiti. Dal primo piano, gnocchetti
veneziani, tagliatelle e sedani toscani, pane di piccolo farro e khora, di
segale tedesco, di segale svedese, di spelta belga, pane iraniano, zaleti,
pane rumeno con mais e frumento, altro con mais e segale, francese alle
spezie, georgiano, palestinese, maccaroni siriani, pane giordano, altro
siriano, Knackebrot svedese |
Noi dell’Aveprobi
(soci della Rete dei Semi Rurali)
eravamo stati invitati, come conservatori delle vecchie varietà venete di
granoturco, ad illustrare le nostre preparazioni tipiche con il mais. Oltre
alle due polente, che abbiamo cotto alla maniera veneta accanto ai Rumeni che
hanno preparato la mamaliga (una specie di polenta pasticciata) e del pane con
farina di mais, noi abbiamo anche presentato i tipici zaleti veneziani con
farine di Marano e di frumento polonico ed un diverso formato di biscotti,
gnocchetti, con farine di Biancoperla e di farro.
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Fig. 9 – Ecco la polenta di Marano vicentino e quella di Bianco Perla,
pronte da suddividere |
Fig. 10 – I Rumeni preparano la mamaliga con mais, cacio, lardo,
cavoli locali |
I Toscani hanno preparato la pasta con varie farine,
in primis di grano duro Senatore Cappelli, sia maccheroncini o sedani con il metodo
dell’estrusione per trafile di bronzo, sia, a mano con il mattarello, le
tagliatelle.
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Fig. 11 – Franco Pedrini illustra praticamente la preparazione delle
tagliatelle |
Fig. 12 – Davanti allo spianatoio, Riccardo Bocci ascolta le domande
di una collega |
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Fig. 13 – L’agricoltore animatore Patrick de Kochko è stato uno dei
più attivi organizzatori dell’incontro |
Fig. 14 –Per la Saatgutforschung del lago di Costanza, Elisabeth
Beringer ci ha fatto meditare sulle piante, sulle funzioni delle ariste nei
cereali |
Il pensiero dominante nasce dalla constatazione che le varietà proposte dalle ditte sementiere,
quelle che rispondono alle tre esigenze previste dalla legislazione, di omogeneità, stabilità e differenziazione
da altre varietà, sono spesso poco
adatte alla coltivazione biologica ed a quella povera di molti paesi del mondo.
È una
fortuna che qualche vecchia varietà sia stata conservata, secca ed a bassa
temperatura, in alcune “banche dei semi”
(ne abbiamo una di gloriosa tradizione nel Veneto, all’Istituto di genetica agraria Nazareno Strampelli di Lonigo, che
però la Provincia di Vicenza non sostiene quanto noi desidereremmo). È una conservazione
statica, fatta soprattutto nel convincimento che si tratti di patrimoni
genetici che nel futuro potrebbe essere utile ripescare per la costituzione di
altre nuove varietà mediante incroci.
La riscoperta di vecchie
varietà abbandonate, ma rese disponibili da una banca del seme, o da un
agricoltore illuminato che le aveva conservate, e la verifica che sono spesso meno esigenti, più costanti
nella produzione, più belle da vedere, che meglio si difendono dalle piante
avventizie se più alte di quelle moderne, più adatte alla lavorazione
artigianale e di gusto migliore, le ha fatte talvolta preferire,
particolarmente in agricoltura biologica.
Fissando le idee sul frumento, che è considerato
autoimpollinante, tanto da conservare nel tempo le caratteristiche genetiche
dell’unica spiga da cui deriva, salvo qualche mutazione casuale, s’è visto che le vecchie varietà sono quasi sempre popolazioni
ricche di variabilità, capaci di adattarsi alle condizioni ambientali
particolari di vari luoghi e a variazioni climatiche. Il fatto poi che
venissero tradizionalmente coltivate in miscuglio,
forniva qualità adatte a differenti usi, ma non solo. L’intrinseca variabilità e la prossimità nel campo tra linee diverse
(a spiga aristata oppure mutica, diverso colore, diversa frattura e via di
questo passo…) facilita l’effetto innovativo
delle rare fecondazioni incrociate. Nel caso di variazioni favorevoli alla
riproduzione della pianta in quell’ambiente, saranno premiate nella discendenza.
Nel caso contrario, esse saranno penalizzate, secondo la selezione naturale. Interverrà poi l’agricoltore che, come ha
sempre fatto, terrà da seme le spighe migliori secondo il suo giudizio,
proseguendo negli anni la selezione massale dopo aver moltiplicato in piccole
superfici le novità ritrovate ed aver provato ripetutamente gli aspetti
qualitativi, secondo il punto di vista di ognuno, sia dal punto di vista
agronomico, sia da quello alimentare.
La
conservazione nel campo, praticata dal coltivatore, è considerata una conservazione dinamica, proprio per il fatto di essere soggetta a variazioni ed
evoluzioni nel tempo.
Se è al
coltivatore affidata da un istituto di ricerca, o da questo seguita, si parla
di conservazione partecipativa, o di selezione partecipativa.
Si tratta, in ogni caso, semplicemente di una riappropriazione della facoltà di produrre
sementi, facoltà che l’agricoltore ha sempre esercitato, ma che le legislazioni
dell’ultimo secolo avevano preteso di togliergli. La legislazione europea è
tuttora penalizzante, anche se è stato recentemente introdotto il concetto di
“varietà di conservazione” che consente qualche maggiore libertà di manovra.
Questo in virtù del trattato
internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura,
adottato dalla FAO nel 2001, vincolante in particolare anche per l’Italia, che riconosce
l’importanza della conservazione delle varietà contadine, o rurali che dir si
voglia, ed assicura piena protezione alle attività, peculiari dell’agricoltura,
di costituzione, conservazione, uso, diffusione delle sementi di fattoria.
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Fig. 15 – J-F Berthellot presenta Salvatore Ceccarelli, fra i
principali ideatori e realizzatori della selezione partecipativa nel Levante
ed in altri paesi del mondo |
Fig. 16 – Bob Brac de la Perrière accanto ad Isabelle Goldringer
dell’INRA e ad altri agronomi che affiancano in Francia gli agricoltori
biologici nella gestione dinamica delle selezioni rurali |
Su questi argomenti, s’è disquisito durante le
giornate passate nella tenuta Le Roc della famiglia Berthellot. Salvatore Ceccarelli ha descritto la
maniera di operare la selezione
partecipativa con gli agricoltori di diversi paesi del Levante, molti dei
quali sono pure intervenuti per spiegare le proprie motivazioni, i risultati
ottenuti, i propri problemi. In sostanza, un agricoltore di una comunità rurale
accetta la coltivazione in piccola scala
di alcune varietà di cereali, esaminate sul campo dai colleghi che l’anno seguente
ottengono del seme di qualche varietà di propria scelta, che provano a loro
volta nel proprio terreno e metteranno a disposizione anche di altri
agricoltori per coltivazioni sempre più estese. Il sistema funziona, benché ci
siano talvolta delle resistenze da parte delle lobby sementiere.
Qualche resistenza da parte delle ditte sementiere
avviene anche in Europa, ed è ovvio che ciò avvenga, poiché da almeno un secolo
l’agricoltore è sempre più stato considerato un utilizzatore di sementi,
anziché un selezionatore ed un produttore. Da parte dei selezionatori
professionisti la riproduzione di una varietà nel campo era vista come una
conservazione statica, ma con la preoccupazione che si potessero perdere
identità e stabilità delle caratteristiche varietali.
Il punto di vista più moderno della conservazione
della biodiversità tiene conto che la
gestione delle sementi da parte degli agricoltori è sempre stato il mezzo per
adattarle alle particolari condizioni dei vari ambienti e per selezionare le
costituzioni di nuovi genotipi. Tutto questo ha consentito la conservazione
della diversità genetica, grazie alla
coesistenza dei diversi procedimenti evolutivi, ossia la selezione, la deriva
genetica, le mutazioni, le migrazioni. Tale gestione dinamica nelle campagne
non dev’essere considerata in contraddizione con la buona conservazione della
diversità genetica.
Come osserva Isabelle
Goldringer, ricercatrice dell’INRA, riportando studi anche di altri, «la
selezione applicata è spesso diversificante per
– rispondere a svariati impieghi,
– scaglionare la produzione nel tempo,
– adattarsi all’eterogeneità degli ambienti, sia nello
spazio che nel tempo,
– soddisfare alle preferenze individuali dei
selezionatori,
– affidare un valore alla diversità medesima.
(….) Nella logica di questi sistemi tradizionali, una
varietà non è quindi né omogenea, né stabile nel tempo. La varietà è definita come un insieme di individui le cui
caratteristiche sono giudicate dagli agricoltori abbastanza somiglianti tra
loro e dissimili da altri individui, da poter essere raggruppati in una stessa
categoria ed indicati con uno stesso nome. La maggior parte degli studi
sulle pratiche tradizionali concludono considerando che la gestione contadina
delle sementi funziona come le metapopolazioni,
concetto che deriva dalla genetica delle popolazioni selvatiche» (secondo Richard Levins, 1969).
Gli agricoltori biologici sono i più interessati a
riprendere le pratiche rurali di gestione delle sementi, cercando di rispondere
alle richieste di cibi più sani prodotti in condizioni più rispettose
dell’ambiente.
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Fig. 17 – Un’altra veduta d’insieme del campo catalogo di cereali
invernali |
Fig. 18 – Al centro dei quattro riquadri, l’ulivo e l’evoluzione nel
tempo del frumento |
Riprendendo il discorso sul frumento, le varietà
moderne hanno puntato soprattutto su elevate produzioni in terreni molto
arricchiti da concimazioni chimiche. Secondo la testimonianza di Bernard Ronot, vecchio agricoltore,
tutto è cominciato con il nitrato ammonico, che stimolava le piante a
produzioni elevatissime. Ma le vecchie varietà erano alte da terra e non resistevano
al peso esagerato delle spighe, allettandosi. Allora si sono acquistate le
sementi di frumento di nuova costituzione, di un’altezza molto minore. La
paglia resisteva meglio e rimaneva diritta. Ma il nitrato ammonico funzionava
bene anche sulle male erbe, che crescevano rigogliose e coprivano il frumento.
I tecnici proposero l’uso di diserbanti, che funzionarono. Se non ché, le
piante lautamente concimate mantenevano nel suolo un’umidità elevatissima,
provocando la comparsa di malattie fungine che con le vecchie varietà più alte
non s’erano quasi mai manifestate. I tecnici proposero di irrorare i campi con
degli anticrittogamici, che funzionarono. Le piante così trattate avevano però
perso le autodifese, e comparvero degli insetti a danneggiarle. I tecnici
proposero degli insetticidi, che funzionarono.
In trent’anni, era stato triplicato il rendimento del
frumento (anche se venduto a prezzi sempre più bassi), ma ad un certo momento,
venne una giovane appena diplomata in prodotti fitosanitari, che gli disse:
«Signor Ronot, lei è un incosciente!»
Perché non usava i guanti, né una tuta protettiva, né
la maschera mentre spargeva i veleni nel suo campo. Mentre il terreno mostrava
segni d’asfissia, furono trovati dei nitrati nell’acqua da bere. Egli si convinse
che anche gli altri prodotti sarebbero finiti nell’acqua e che occorreva senza
indugio fare un cambiamento completo nella gestione dei propri terreni,
praticando l’agricoltura biologica.
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Fig. 19 – Confronta ogni parcella Rosario Floriddia, del Coordinamento
toscano dei produttori biologici, ammiratore delle antiche varietà a taglia
alta, in particolare della varietà Senatore Cappelli di Triticum durum |
Fig. 20 – Fra
le più belle varietà di frumento duro ci sono quelle attribuite alla specie
T. polonicum o T. turgidum, fra cui le italiane Saragolla, che qui fa mostra
di sé, Etrusco, Graziella, o la palestinese Nab al Jamal (canino di
cammello) |
Dai ripensamenti e dai commenti tra agricoltori, dopo
la straordinaria esperienza vissuta nell’azienda dei Berthellot, risulterebbe
che la pratica un tempo tradizionale di coltivare miscele di frumento nello
stesso campo, anziché singole varietà omogenee, assicuri una minore formazione
di micotossine. È questo delle
micotossine un problema sollevato da ricerche scientifiche piuttosto recenti ed
attualmente molto sentito. Le ricerche
agronomiche sull’argomento sono di regola indirizzate alle condizioni
climatiche e all’epoca di semina, molto poco si indaga sull’eventuale
resistenza di alcune varietà e tanto meno sulle consociazioni colturali e sulle
miscele varietali, che sono pratiche pressoché abbandonate nell’agricoltura
moderna.
Guido Fidora